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I volti della Nigeria

volti nigeria apurimacIn Nigeria, ogni giorno, può capitare di perdersi nelle storie delle persone che incrociano la nostra strada. E’ ciò che è accaduto a Leonello, durante una giornata che era iniziata normalmente e che, dopo questo incontro, ha assunto tutt’altro significato.

Ieri sera mi è capitato di fermarmi a parlare con Anas. Sempre preso dal lavoro e pensando ormai di conoscere tutte le storie di questi luoghi, pecco di presunzione e non faccio attenzione al privato delle persone e al livello della loro sofferenza. Questo racconto mi ha rimesso in riga e riportato quel principio di umiltà indispensabile alla comprensione profonda delle cose. Per questo voglio condividerlo.

Anas è un uomo di 43 anni che da qualche mese circola attorno all’ufficio, per amicizie in comune, voglia di imparare, interesse. Vive a Tudun Wada, quartiere di Jos a maggioranza cristiana, ma con una comunità musulmana molto presente in passato. Dalla prima crisi del 2001, i seguaci di Maometto hanno tuttavia iniziato a sentirsi troppo minoritari e ad abbandonare le loro case per luoghi più sicuri. Oggi la comunità musulmana di Tudun Wada si compone praticamente di poche persone che vivono nel cuore del quartiere in condizioni di povertà quasi assoluta, circondati da tanti amici cristiani che in tempi di crisi si trasformano in nemici. Questa strana dinamica che porta il tuo vicino a diventare il tuo carnefice la sperimentano a cicli ripetuti anche i tanti cristiani che abitano i territori musulmani, in Nigeria come altrove, divenendo facili prede da scannare. La stessa cosa accadde nella civile Europa degli anni 40 del Novecento, quando gli ebrei furono vittime delle pianificazione finalizzata alla cancellazione dalla faccia della Terra.

Con Apurimac andammo a Tudun Wada un paio di volte ad analizzare il contesto ed incontrare persone. È un luogo povero; di quella povertà che non fa nascere niente perché è sporcizia e decadenza. Quel poco di umanità che salva è distrutto quando l’ennesima crisi scoppia e si comincia ad uccidere. Prima che rinasca passano anni, che qui sono secoli perché la vita è breve.

Nel 2001 Anas aveva 31 anni e camminava da solo per tornare a casa. Incosciente di quanto stava accadendo in città, andava tranquillo quando un gruppo di uomini lo fermano e gli domandano ma non sai quello che succede? Dove vai in giro? E lui, nella sua ingenuità, conferma di stare tornando a casa dal lavoro. Gli uomini, armati di coltelli e bastoni che brandivano in aria agitati, chiedono “sei cristiano o musulmano?”. Musulmano. “Non sai che siamo in guerra?”. Io non combatto per la religione.

In realtà, quel gruppo di uomini armati di cristiano avevano solo il nome e conoscevano bene Anas perché sin da bambini avevano condiviso con lui il quartiere. Ragazzi senza istruzione, senza lavoro, senza futuro e quindi senza pietà. Moriranno quasi tutti nel corso delle crisi successive in cui torneranno a combattere la loro guerra insensata, contro il nemico sbagliato.

Anas cade a terra dopo ripetuti colpi di bastone alla schiena e in testa. Solo l’intervento di un anziano lo salva, intimando agli assalitori di farla finita, con tutta la forza che un anziano in Africa può mostrare dall’alto dei suoi giorni. Alcune donne lo soccorrono e lo aiutano a riacquistare i sensi. Quando si rende conto di avere una feritoia disponibile per scappare corre fino al primo rifugio disponibile, evitando una pallottola che uno degli assalitori gli spara da lontano vedendolo scappare.

Quel rifugio assoluto era la prima moschea disponibile e quelli che troverà dentro diventeranno i suoi più cari fratelli, che fino a quel momento non conosceva nemmeno. Inizia la strana polarizzazione religiosa di Jos, dove persone sconosciute si trovano fianco a fianco a condividere una sorte comune, mentre amici di infanzia si dividono e si uccidono perché si sentono soldati su opposte trincee.

Quei segni Anas li porta ancora addosso, sulla sua schiena e nella sua anima. Vive ancora a Tudun Wada ma intimamente si sente un profugo, pronto a lasciare tutto e scappare alla prima avvisaglia di morte. Quei segni di disumanità Jos se li porta tutti dentro, nelle donne e negli uomini che sono stati vittime o carnefici. Eppure pazienta nella convinzione che qualche profeta o messia arrivi a cancellare quanto di brutto è accaduto in questi anni.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 9, 2013 da .
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