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Lorenzo e Danila: “possibilità di tesi all’estero – contattare il Professor Grosso”. Presto fatto.

Lorenzo e Danila in missione

Ci trovavamo in segreteria studenti del Politecnico di Milano per risolvere alcuni problemi di natura burocratica; come al solito la coda chilometrica consente di pauseggiare un poco ai pc a disposizione. Controllando la posta elettronica ci siamo accorti della presenza di una e-mail che recitava “possibilità di tesi all’estero – contattare il Professor Grosso”. Presto fatto. Senza aver bisogno di pensarci troppo, sempre sfruttando il tempo della lunga attesa che si prospettava in segreteria, ci siamo recati nell’ufficio del docente responsabile dei corsi sul trattamento dei rifiuti solidi e membro fondatore di AIAT (Associazione Ingegneri per l’Ambiente e Territorio). La proposta era allettante anche se non del dutto definita e chiara, a causa di alcune questioni non ancora risolte a livello organizzativo; suonava più o meno così: “Ragazzi avete voglia di andare per un paio di mesi sulle Ande peruviane a 3000 metri sul livello del mare e collaborare in un progetto di cooperazione e sviluppo sul tema della digestione anaerobica? Dovrete fare misure dei principali parametri di processo e di tanto in tanto spalara un po’ di materia prima organica di maiale e porcellino d’India…”

Voi ci avreste pensato molto? Beh noi no. Eravamo entusiasti della cosa – certo la prospettiva di vangare sterco non sembrava il massimo ma pur sempre un’esperienza diversa – a tal punto che, nonostante avessimo preso precedentemente accordi con un valido docente per una tesi di laurea, trovammo il coraggio di dirgli che avevamo un’occasione imperdibile per poterci dedicare ad un tema scientifico di maggiore interesse personale e soprattutto approcciarci ad un mondo nuovo e affascinante, quale la cooperazione allo sviluppo.

Erano i primi giorni di ottobre 2012 e avevamo appena sostenuto uno degli ultimi esami della carriera universitaria. Per una settimana circa l’associazione ci tenne sulle spine per ricevere la conferma dello stanziamento dei fondi da parte del Ministero Affari Esteri italiano, grazie ai quali saremmo potuti partire senza sostenere spese di tasca nostra. Nel frattempo, anche se tutto era ancora incerto, iniziammo ad informarci sul Perù e sulla realtà andina, sopratutto dal punto di vista igienico-sanitario: si trattava solamente di vaccinarsi preventivamente contro alcune malattie endemiche come febbre gialla ed alcune malattie trasmissibili per mezzo di cibi ed acque, come tifo e colera. Nulla di trascendentale. Giusto il giorno prima che ci somministrassero tali vaccini (che nel frattempo avevamo prenotato a scatola chiusa, convinti che data la nostra indole viaggiatrice, saremmo potuti comunque capitare in Paesi in via di sviluppo in cui tali possibilità di contagio non sono remote) arrivò la conferma che i fondi erano stati stanziati! Che gioia immensa! Il programma era di partire il 29 ottobre da Milano Malpensa e di far ritorno in patria giusto in tempo per il cenone della vigilia di Natale, il 24 dicembre. Quindi non mancava molto tempo alla dipartita verso il sud del mondo.

In mezzo c’era anche la laurea di mia sorella in quel de la Sapienza a Roma. Tale ricorrenza fu anche l’occasione di poter incontrare “en vivo y a todos colores” i responsabili della sede italiana di Apurimac Onlus. La chiacchierata con Maurizio, Francesca e Alessia fu piacevole ed istruttiva. Tanti furono i consigli impartiti dal team e tante le risposte alle domande ed ai dubbi che sempre più sorgevano, dal momento che la data della partenza si avvicinava e che il tempo per organizzarsi sembrava ormai scadere. La loro disponibilità e la loro tranquillità contagiosa, ci diedero la spinta emotiva giusta per intraprendere un viaggio importante soprattutto dal punto di vista culturale e umano!

E allora via si va!

Una volta decollati il primo pensiero fu quello di aver voglia di scoprire, conoscere, rispondere a interrogativi! Ma innegabilmente anche un pochino di nostalgia che avremmo sentito del suolo natio. Ma in fondo due mesi passano alla svelta ed il rischio vero è quello di non avere tempo a sufficienza per comprendere davvero l’essenza di un popolo, piuttosto che sentire la mancanza delle rispettive famiglie; anche perchè, con la tecnologia presente oramai in ogni dove, connettersi a Skype e chattare con amici e famigliari, non era impossibile neanche nel bel mezzo delle Ande!

Sorvolando Lima, la capitale peruviana, ci rendemmo subito conto di come le forti differenze in seno alla società, di cui Maurizio ci aveva parlato, si riflettessero ampiamente nella struttura e organizzazione delle città. Dall’aeroporto internazionale si poteva scorgere l’oceano Pacifico: una piccola parentesi salmastra in un soggiorno caratterizzato da una natura assai più aspra e fascinosa. Tanto per la cronaca, nulla di perso in confronto alle spiagge ioniche del nostro bellissimo sud!

Non appena giunti a Cuzco tutto sembrò così diverso. Un paesaggio quasi alieno! Alte montagne a 360 gradi facevano da cornice ad una città che correva come un fiume di adobes lungo la valle. Il tutto illuminato da una luce strana, a cui le pupille si devono abituare, data dal gioco che i raggi del Sole fanno per scansare le nubi bianche e spumose, caratteristica imprescindibile del cielo cuzqueño. La cosa che immediatamente percepimmo fu la sensazione di leggerezza in testa, tra stanchezza per il viaggio durato quasi una giornata intera e la minore pressione dell’aria. Ma anche a questo ci si abitua abbastanza in fretta.

Fuori dall’aeroporto ad aspettarci c’era Marco, membro della associazione e attivo in diversi progetti, con il suo berretto rigorosamente nero ed un sorriso a 36 denti; abbiamo incrociato gli sguardi e ci siamo riconosciuti subito da bravi italiani all’estero (non ci eravamo mai visti di persona): “Lorenzo? , Danila?” – “Marco?” – “Sì, piacere!” – “Sì, benvenuti!”.

Giunti alla Casa dei volontari di Cuzco, il centro che ci avrebbe accolto e che sarebbe diventato la nostra casa per 2 mesi, ci trovammo subito a nostro agio. Posati i bagagli nella bellissima cameretta mansardata con vista Avenida de la Cultura (infatti il centro si trova su una collinetta ai piedi di Apu Pjcol, una delle tante montagne sacre che dominano la città) iniziarono le presentazioni:

  • Natividad, moglie di Marco, 100% cuzqueña e mamma chioccia;
  • Luzi, sempre sorridente e giocherellona,  figlia di Marco e Natividad;
  • Margarita, eccellente cuoca apurimeña con una spiccata propensione per la cultura italiana sia linguistica che culinaria;
  • Michele, responsabile di Apurimac Onlus in Perù, marchigiano D.O.C., una vera carica di buon umore e simpatia sempre e comunque;
  • Christian, collaboratore di Apurimac Onlus e responsabile del progetto a cui ci dovevamo dedicare (è sempre stato più un amico che un capo – in senso buono);
  • Le architette romane Michela e Lisa, con cui abbiamo condiviso i primi giorni del soggiono a Cuzco e i cui consigli sono stati utili per imparare a muoversi con disinvoltura per la ciudad.

Come potete notare dai nomi e dalle provenienze geografiche, avevamo tutto fuorché abbandonato il nostro “Bel Paese”. Non era raro, dopo cena, soffermarsi a chiacchierare in “itagnolo” o in “spanigliano” (ovvero le lingue di un madrelingua italiano che cerca disperatamente di farsi capire da un madrelingua spagnolo) sulle differenze tra la realtà peruviana e la realtà italiana.

Tante altre sono le persone che abbiamo avuto modo di conoscere, stanziali o di passaggio, alla Casa dei Volontari e la maggior parte di loro hanno contribuito a rallegrare le giornate e le serate, condividendo esperimenti ai fornelli (in quanto Margarita era presenta solo all’ora di pranzo) ed essendo commensali. È stata una esperienza unica partecipare al matrimonio multiculturale di Marco e Natividad con annesso battesimo di Luzi. Per tale occasione erano venuti a Cuzco i genitori dello sposo, Lucia e Guido (Guiduccio per gli amici), due simpaticissimi campobassani che subito hanno instaurato con noi un rapporto quasi nonni-nipoti, aumentando ulteriormente la sensazione di essere a casa.

Uscendo da “little italy” (ovvero la Casa dei Volontari, in cui sicuramente la presenza di italiani era prevalente), gli incontri umani sono stati tutti splendidi, sia che si trattasse dei famigliari peruviani di Christian, Michele e Marco , tutti e tre infatti sono sposati con donne peruviane, sia che si trattasse di colleghi, amici di amici o semplicemente passanti. I peruviani, ci sentiamo di generalizzare, sono un popolo molto ospitale e cordiale, ed il grado di ospitalità non è necessariamente legato alle possibilità economiche.

Durante il periodo trascorso a Cuzco, oltre alle attività inerenti il progetto (digestori anaerobici per piccole comunità rurali), nei ritagli di tempo ci siamo dedicati al turismo. Trovammo pure il tempo di andare a visitare le isole galleggianti di Uros a 4000 metri in mezzo al lago Titicaca (che significa “puma grigio” per la sua strana forma ed il colore datogli dalla profondità – il tutto visto dalle popolazioni che vivevano sulla montagne circostanti a 6000 metri) costruite dai nativi solamente con l’aiuto di una pianta chiamata totora, usata anche come fonte primaria di cibo. Con la formula “boleto turistico” è stato possibile visitare praticamente tutti i siti storici e culturali della città di Cuzco e del Valle Sagrado degli Incas che la circonda. Sono posti mozzafiato in cui si può davvero (anche grazie alla estrema preparazione delle guide) entrare per una mezza giornata dentro una dimensione storica e spirituale unica ed affascinante. Nello scoprire i progressi nell’uso delle “tecnologie” e delle attività agricole, sorge spontaneo un senso di ammirazione e riconoscenza nei confronti del popolo Inca, che tuttora (tramite le comunità quechua indigene) va molto fiero della sua storia e della sua vocazione agricola, e senza il quale, prodotti alimentari come la patata (in natura tossica per l’uomo) non sarebbero potuti entrare a regime nelle diete e nelle tavole di tutto il mondo.

La filosofia di vita basata sulla “trilogia Inca” (Condor, Puma e Serpente, rappresentanti rispettivamente il mondo ultraterreno, il mondo naturale e l’uomo ed il mondo degli inferi), rieduca i comportamenti viziati della società tecnocratica ad un maggiore rispetto ed equilibrio tra questi 3 elementi.

Tutto questo però non senza grandi  contraddizzioni, che sono poi uno degli aspetti di maggiore criticità che contraddistinguono il Perù, in ogni sua dimensione geografica, dalla città metropolitana, al borgo rurale sperduto nel mezzo delle Ande.

Ci riferiamo alla scarsa coscienza e considerazione per le tematiche di ordine ambientale e sanitario. Purtroppo si sono insediati una serie di comportamenti viziati che rischiano di compromettere la qualità degli ecosistemi e conseguentemente inficiare la qualità della salute umana. A cominciare dalle concentrazioni smisurate di inquinanti in atmosfera, che in alcuni punti della città rendono quasi insopportabile la respirazione; per non parlare dell’immondizia di ogni sorta accatastata ai margini delle strade senza alcun tipo di pre-selezione. Anzi i cumuli diventano spesso luogo di ritrovo per branchi di cani randagi che trascorrono la maggior parte della giornata accasciati al suolo polveroso per riprendere le forze che gli consentano di inseguire uno degli innumerevoli taxi abusivi che corrono su e giù per le strade principali. Vivo è il ricordo del color nocciola del fiume (per usare un termine carino) che scorre dentro Cuzco, ormai ridotto ad un canale a cielo aperto, vettore di contaminazioni.

Tutto questo viene in un certo senso replicato anche nelle più remote comunità andine, come quella di Vilcabamba (provincia di Grau, regione di Apurimac) presso la quale abbiamo vissuto e lavorato per circa un mese. Ovviamente la scala del problema è diversa, però le conseguenze sono le medesime.

Vivere a Vilcabamba, in particolare, è stato una sorta di viaggio nel tempo, un tuffo nel passato, nei racconti che le nostre nonne facevano della vita di paese in tempo di guerra. Il tutto trasposto in un contesto che oltre a non essere neanche lontanamente paragonabile alla bassa padana (assai poco affascinante rispetto al Perù), presenta il vantaggio di beneficiare di alcuni, se non tutti i privilegi della società moderna. Anche se è difficile da concepire, non era raro incontrare campesinas di 70 anni, in abito tipico e  truccate di sole rughe, portare grossi pesi avvolti nelle tipiche tovaglie dai colori sgargianti o camminare con i sandaletti “good-year” (così chiamati perchè fabbricati con pneumatici riutilizzati); al contempo però si potevano vedere abitanti più o meno giovani del pueblo conversare al telefono cellulare o guardare una partita di Champions League alla tv via cavo del ristorantino a conduzione famigliare. A Vilcabamba vi era pure qualche famiglia, più fortunata delle altre, in possesso di un personal computer nella propria abitazione.

Sicuramente questi due mesi in Perù sono serviti a cambiare il nostro modo di pensare, le nostre abitudini, a far cadere inutili pregiudizi e barriere culturali; hanno arricchito il nostro piccolo zaino di esperienze.

È una esperienza che rimarrà sicuramente nei nostri cuori per tutta la vita! Consigliamo vivamente ai nostri coetanei, colleghi, ma anche a ragazzi più giovani e a signori meno giovani, di intraprendere un viaggio di questo genere in Perù, affiancandosi ad una associazione collaudata come Apurimac Onlus: sarà sicuramente una avventura in grado di stravolgere le vostre vite, in senso sicuramente positivo. Vivere per un periodo in un Paese in via di sviluppo, presso il quale ipoteticamente si sta portando aiuto e conoscenza, si rivela spesso un arricchimento profondo per chi viene ospitato. Riscoprire valori, semplicità, sincerità, l’arte di arrangiarsi, la voglia di imparare, conoscere e apprendere.

Il primo pensiero, non appena ritornati in Italia, è stato quello di voler dedicare almeno parte della nostra vita ai progetti di cooperazione internazionale, opportunità permettendo.

È importante dire a riguardo che difficilmente si può diventare ricchi in denaro, facendo questo lavoro, ma sicuramente l’arricchimento interiore e le emozioni che ti regalano le persone che ti sono enormemente grate, ripagano di tutti i sacrifici che una persona mette in conto di affrontare.

In ultima analisi, crediamo che Apurimac Onlus abbia avuto il merito di aprirci le porte verso un nuovo splendido mondo, e di averci aiutato ad addentrarci con cautela e rispetto all’interno di esso, per godere appieno di una meravigliosa esperienza.

Grazie a tutti!

Lorenzo e Danila

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 29, 2013 da .

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